Si sente spesso di condanne a morte. Raramente si sente parlare di condanna a vivere.
Penso sia giusto dare spazio al libero arbitrio di ognuno senza assurgere a giudice supremo e decidere cosa sia giusto per gli altri.
La vita è qualcosa di personale.
Ognuno può farne e disfarne.
In alcuni casi si cerca di condannare a vivere un corpo, non una persona.
Atrofizzato, pieno di piaghe da decubito. Con elettro-encefalo piatto.
Si condanna a vivere un “essere” sospeso , mentre dall’altra parte dell’oceano si condanna a morte un uomo presunto colpevole.
Per giudicare in questi casi, bisogna essere persone chiamate in causa. Ci dovrebbe essere un collegio giudicante formato da persone che hanno già vissuto la stessa esperienza sulla loro pelle. Chi meglio di loro può esprimersi?
Sopravvivere in un letto d’ospedale non è la stessa cosa che vivere correndo, giocando, guardando, amando, ridendo, gustando.
Se mi chiedessero “Vuoi sopravvivere o morire?”, io risponderei senza esitazioni la seconda opzione.
Ben venga il testamento biologico, dove nero su bianco io scriverò voglio VIVERE come un essere umano e non come un corpo inerme, nel qual caso che qualcuno schiacci al posto mio il tasto con la scritta “OFF”.
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